domenica 7 febbraio 2010

E il vecchio Don Lorenzo, se fosse ancora qui...

“De virtute, non de me loquor, et cum vitiis convicium facio, in primis meis facio” - “Parlo della virtù, non di me; e quando critico i vizi, critico per primi i miei vizi” (Lucio Anneo Seneca)

Ieri ho partecipato come relatore ad una iniziativa su Don Milani. Ho cercato di sfuggire alla agiografia rituale ponendomi come destinatario della “Lettera a…”, confessando i miei limiti e narrando di una scuola attuale altrettanto classista di quella denunciata dal Priore 35 anni fa.

In particolare ho ricordato che la scuola dell’obbligo (la media, almeno) ha recepito l’invito del Don di non bocciare, ma l’ha fatto non attivando strategie di apprendimento adatte a portare tutti a saltare gli ostacoli, bensì abbassando continuamente l’assicella di modo che anche il fancazzista più incallito procede di anno in anno senza nemmeno tentare – non dico di spiccare il volo – ma di staccare appena le scarpe dal suolo.

La scuola dell’obbligo – più o meno consapevolmente – ha privilegiato l’obiettivo del non bocciare, rispetto all’obiettivo dell’educare (far crescere). E la scuola “superiore”, dopo decenni di buonismi inconcludenti (debiti e presunte passerelle) è tornata a bocciare pulendosi la coscienza con l’elemosina patetica e irritante dei corsettini e degli sportellini di recupero. Ma senza cambiare di una virgola la disarmante offerta formativa.

Dimenticando – e questo sì farebbe incazzare il buon Priore – che in una scuola dove si fa poco (sia pure con una qualche eleganza metodologica) il discriminato, ancora una volta, non è il figlio di papà (che s’interfaccia con millanta opportunità cognitive fuori dalla scuola), ma il figlio di… e di… e di… (e non parlo solo di poveri di soldi, ma di poveri di spirito e di parole).

Ma la cosa che mi irrita di più da qualche mese, sono i colleghi (e i politici, e gli esperti, e…) che quando lanciano strali contro la riforma Tremonti-Gelmini ci rimangono male non vedendomi altrettanto irato ed incazzoso.

Certo, non vado pazzo per le sortite di Stellina, ma non mi straccio le vesti in pubblico per qualche applauso di routine. Perché non credo che le cose possano ulteriormente peggiorare. E perché credo che i mali della scuola non dipendano da qualche riga scritta sull’ufficiale gazzetta, ma da una polverosa schiuma di pigrizia culturale che ha invaso ogni anfratto della pubblica istruzione e che stringe in una nebbiosa morsa anche i molti docenti eroicamente bravi e forse milaniani.

Così la scuola, con o senza i misfatti della Stella, continua a frustrare i suoi migliori attori e a sprecare quintalate e quintalate di talenti. E il vecchio Don Lorenzo, se fosse ancora qui, non si limiterebbe a scrivere coi suoi ragazzi un’e-mail alla professoressa di città, ma passerebbe direttamente ai calci in culo e alla frusta.
“Noi per i casi estremi si adopra anche la frusta”
(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, p. 82)

lunedì 1 febbraio 2010

Evviva il web

Internet for peace

venerdì 29 gennaio 2010

La sfiga e la ...

Per Fortuna le classi dirigenti sono state così incolte da sottovalutare alla grande le potenzialità del web2puntoqualcosa. Ed ora che se ne stanno accorgendo, tentano d’imbrigliarlo, ma pare che sia ormai troppo tardi.


Per Sfortuna le classi insegnanti sono state così insipienti da sottovalutare alla grande le potenzialità del web2puntoqualcosa. Ed ora che qualcuno se ne sta accorgendo, tentano di porvi rimedio, ma pare che sia ormai troppo tardi.

martedì 26 gennaio 2010

Quella volta che ho incontrato il piccolo Delbono

L’avevo quasi scordato quell’episodio. Ma un po’ di tempo fa, ad una rustica cena di campagna, amici comuni l’hanno rievocato.

Abitavamo uno scampolo sdrucito di bassa padana, infossato fra nebbie, balere e zanzare. E nello sbiadito liceo di provincia, io recitavo la parte del giovane ribelle, tutto vangelo, marx e lunghi capelli.

Mi chiamavano ogni tanto alle medie per fare proseliti. E un giorno capitai fra gli sparuti ragazzini di Sabbioneta. E descrissi, raccontai, pontificai.
Davanti c’era un moccioso vivace e forse riccioluto. Che si entusiasmava quando parlavo di latino e matematica, arte e poesia. Ma soprattutto quando raccontavo che nel mio liceo la politica si imparava sul campo, con assemblee e ciclostili, cortei e occupazioni. Quel ragazzino era Flavio Delbono che, pare, mi elesse a fugace mito.

Il ragazzino sveglio venne al liceo e studiò per conquistare il mondo.
Io l’ho perso subito di vista e lui m’ha certamente scordato poco dopo.

Dopo quegli anni di assemblee sanguigne, e sciarpe rosse, e qualche pugno, e messe di romantiche promesse, approdai nella Bologna triste del settantasette. Lavoravo, studiavo, amavo e combattevo fra i finti proletari dei gruppetti. Prima d’entrare nella grande chiesa del PCI. Poi, a un niente dalle stanze dei bottoni, ho fatto un passo indietro, ritrovando il caldo grigio di provincia, ed il modesto impiego, e i figli, e i mutui da pagare.

Anche Flavio capitò a Bologna per continuare la sua strada di conquista verso l’olimpo della politica che conta. E l’ho ammirato da lontano, mentre il suo sguardo fiero m’adocchiava dagli schermi, e dai giornali, e dalle foto di facebook. E ho tifato per lui nella recente bagarre elettorale. E un po’ di affettuoso tifo per lui, in fondo, mi resta pure oggi, che la sua faccia asciutta ed un poco rattristata, campeggia enorme su tutti i quotidiani. Per colpa – pare - di una donna sedotta e abbandonata.

Ecco: se durante la sua ascesa il destino avesse disegnato per noi un altro incontro, magari con le gambe sotto il tavolo, e un buon lambrusco a far da compagnia ad un paio di tigelle, forse avrei donato a Flavio una manciata di consigli. E uno almeno sulle donne, che si possono amare, talvolta abbandonare, forse persino tradire, ma mai umiliare. Perché poi…

Buona fortuna, Flavio.


lunedì 18 gennaio 2010

Scegli una poesia e...

L'idea di pubblicare questa performance mi è venuta accedendo oggi al ning della scuolachefunziona... che presenta in home un video che interpreta la celeberrima (fin troppo) poesia di Martha Medeiros, Lentamente muore. Ebbene, per le vacanze di Natale, ai ragazzi di seconda, ho dato questo compitino:

Sfoglia il tuo libro di testo. Sfoglia altri libri. Sfoglia la memoria. Naviga nel web. Chiedi ad amici. Consigliati con la tua insegnante… Quindi: Scegli una poesia. Una sola, suggestiva poesia. Leggila più volte. Catturane le vibrazioni, le sensazioni, le emozioni. Il fascino, la musica, il profumo, il potere evocativo. Quindi:Crea una breve “lezione” multimediale che descriva, racconti, evochi, suggerisca l’alchimia linguistica e sentimentale della poesia. Puoi farlo con powerpoint, con moviemaker, con word, con la carta e i pastelli… Puoi farlo con parole, suoni, musica, colori, foto, filmati… Puoi farlo come vuoi e dove vuoi, ma dovrà essere Una Performance Attraente, seducente, intrigante. Personale. Buona Natale. A. M. Natalino

Robelyn ha scelto, appunto, di ispirarsi a M.M., ed ecco il risultato:


...il lavoro di Robelyn è... insomma... ...intanto riporta correttamente il nome dell'autrice (la poesia è spesso erroneamente attribuita a Pablo Neruda - potere di Google, che amplifica le buone idee, ma moltiplica pure gli errori) e poi, a parte la sequenza iniziale, tutte le immagini utilizzate sono un parto personale della ragazza (e non un ladrocinio - copiaincolla - dal web). Insomma: la bimba si è scelta la poesia, ha pensato al video, ne ha scritto - mentalmente - lo storyboard, ha fatto le foto, ha scelto gli attori (amici, cuginetta), ha girato i filmati, ha fatto il montaggio, ha scelto uno sfondo musicale adeguato, ha curato gli effetti (che non sono fini a se stessi, ma funzionali all'impatto comunicativo...)... Insomma: a me pare un discreto esempio di apprendimento attivo... o no?

...naturalmente ho decine di video partoriti dalle decine di secondine (alcuni più impattanti, altri più banali...) ma ho scelto questo proprio per lo stimolo palesato all'inizio...

...e il cerchio si chiude, almeno per questa sera.

Buona settimana.

venerdì 8 gennaio 2010

SMOOL, ultimo atto!




Tutte le cose che hanno un inizio, hanno pure una fine. E questa è la fine di smool. Senza lacrime, né grida. Dovrei ringraziare tante persone. Cito solo i più antichi compagni di viaggio: Silvia, Stefano, Clara, Giuliano, Erica, Linda, Claudia. E i ragazzi, decine e decine di ragazzi che hanno pensato, scritto, dipinto, disegnato, fotografato, amato, pianto, sorriso. Perché muore smool? Per caso. “Perché la vita non è che un’ombra che cammina. Un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora. E poi non se ne parla più. Una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla.” (MACBETH, atto V, scena V). In ogni caso: buona vita. A. M.


La messe è finita, andiamo in pace, Mario Agati, p. 3; Prima che smool ci lasci, Maurizio Adani, p. 5; Ma come, era ieri che… Linda Petracca, p. 6; Grazie Smool, Ilaria pugna, p.7; Eppure ci sentirete ancora… Sara Raimondi, p. 8; In ogni viaggio, non è mai la fine, p. 9; Milena Lazzaretti; Ho deciso di farla finita, Isabella Giorgio, p. 10; Siamo pronti a smezzarci una paglia? Giovanni Montorsi, p. 11; Cronache dal futuro, Gabriele Casagrande, p. 12; Sul lettino 42 della stanza 14, Giacomo Luppi, p. 15; Vorrei essere un castoro, Ilaria Pugna, p. 17; Sempre più Freddo? Eugenia Gazzoletti, p. 18; Può capitare, ad esempio, Claudia Astarita, p. 19; Prossima fermata: la vita! Eleonora Senese, 21; Eternamente, Giovanni Montorsi, p. 23; Le tre sorelle, Giulia Barsuola, 24; Con occhi nuovi, Caterina Montorsi, 26; Tra il freddo e la foschia, Debora Capuozzo, p. 27; Mentre tu passi distratto, Aurelia Zoboli, p. 28; Non eravamo in grado di amarci, Caterina Montorsi, p. 29; Un indovino mi disse, Giovanni Montorsi, p. 30; Le pagelle, Greta Bei, p. 21; Alle cose bisogna darci un senso, Aurelia Zoboli, p.32; Addio smool, pp. 33-38.

lunedì 4 gennaio 2010

A scuola di Infotention

L’Espresso non manca settimana senza sparare paginone di riflessioni sul web. Ed è un bel termometro sul livello di analisi dei fenomeni legati alle ITC da parte dell’intelligenza media della presunta intellighienza dei media.


Questa settimana il settimanale lascia spazio all’ennesimo guru dei nuovi media, Howard Rheingold che ci illumina sull’infotention.

L’articolo può essere brutalmente sintetizzato così:
  • le nuove generazioni rischiano di affogare sotto il flusso continuo di informazioni
  • dobbiamo trovare il modo di selezionare quella minuscola parte di informazioni utili senza rimanere soverchiati o smarriti nel vortice di inutilità e sciocchezze
  • per questo serve un tipo di competenza chiamato infotention che è un sano mix di competenze tecnologiche e psicologiche
  • come esempio di competenza tecnologica salvifica si cita l’utilità dei feed Rss (e relativi aggregatori) che consentono di filtrare in entrata le conoscenze con cui voglio impattare
  • per le competenze psicologiche… si sottolinea l’importanza di diventare navigatori critici e consapevoli in modo da capire se la notizia è affidabile o è una sciocchezza.

Niente di nuovo sotto il sole, come si vede: per noi abitanti critici della rete queste scoperte da guru sono piuttosto scontate, a parte l’ennesimo neologismo che spera di diventare cool (infotention!!!).

Solo un paio di riflessioni, altrettanto scontate, ma forse non inutili:

Nell’era del diluvio digitale il difficile compito di discernere il vero dal falso, il serio dallo sciocco, è un compito sempre più individuale, legato al singolo soggetto, al navigatore più o meno smaliziato che si trova a nuotare in un’enciclopedia infinita, ma disorganica, disomogenea, frammentata, spesso manipolata o, perlomeno, approssimativa. (Mentre nell’era di Gutemberg l’affidabilità era quasi totalmente delegata ai testi codificati dall’intellighenzia)

Per questo, la missione principale delle agenzie formative – a cominciare dalla scuola – è quella di fornire al soggetto dell’apprendimento gli strumenti critici necessari per la navigazione consapevole fra i flutti cognitivi. E per questo, insisto, gli insegnanti devono affiancare alla loro competenza culturale (che si presuppone insita nel loro modus operandi) quel tanto di competenza tecnica (digitale) che consenta loro di attivare strategie formative adeguate.

Ma qui arriva la seconda osservazione: quello che è scontato per noi “insegnati” che abitiamo la rete, è altrettanto scontato per la maggioranza degli altri insegnanti?

Domanda, ovviamente, retorica!

I docenti, nella stragrande maggioranza, continuano imperterriti a fare didattica ignorando la rivoluzione culturale e psicologia dei bit, perpetrando così lo iato – non solo generazionale – fra digitali (più o meno nativi) e analogici (più o meno volontari) e abdicando, di fatto, al loro ufficio primario: offrire alle nuove generazioni gli strumenti per interpretare la realtà (o, meglio: lavorare assieme alle nuove generazioni per impadronirsi degli strumenti critici adeguati per sopravvivere cognitivamente – e non solo – nel “nuovo mondo”).

(immagine realizzata con http://www.photofunia.com/ )