E il vecchio Don Lorenzo, se fosse ancora qui...
“De virtute, non de me loquor, et cum vitiis convicium facio, in primis meis facio” - “Parlo della virtù, non di me; e quando critico i vizi, critico per primi i miei vizi” (Lucio Anneo Seneca)
Ieri ho partecipato come relatore ad una iniziativa su Don Milani. Ho cercato di sfuggire alla agiografia rituale ponendomi come destinatario della “Lettera a…”, confessando i miei limiti e narrando di una scuola attuale altrettanto classista di quella denunciata dal Priore 35 anni fa.
In particolare ho ricordato che la scuola dell’obbligo (la media, almeno) ha recepito l’invito del Don di non bocciare, ma l’ha fatto non attivando strategie di apprendimento adatte a portare tutti a saltare gli ostacoli, bensì abbassando continuamente l’assicella di modo che anche il fancazzista più incallito procede di anno in anno senza nemmeno tentare – non dico di spiccare il volo – ma di staccare appena le scarpe dal suolo.
La scuola dell’obbligo – più o meno consapevolmente – ha privilegiato l’obiettivo del non bocciare, rispetto all’obiettivo dell’educare (far crescere). E la scuola “superiore”, dopo decenni di buonismi inconcludenti (debiti e presunte passerelle) è tornata a bocciare pulendosi la coscienza con l’elemosina patetica e irritante dei corsettini e degli sportellini di recupero. Ma senza cambiare di una virgola la disarmante offerta formativa.
Dimenticando – e questo sì farebbe incazzare il buon Priore – che in una scuola dove si fa poco (sia pure con una qualche eleganza metodologica) il discriminato, ancora una volta, non è il figlio di papà (che s’interfaccia con millanta opportunità cognitive fuori dalla scuola), ma il figlio di… e di… e di… (e non parlo solo di poveri di soldi, ma di poveri di spirito e di parole).
Ma la cosa che mi irrita di più da qualche mese, sono i colleghi (e i politici, e gli esperti, e…) che quando lanciano strali contro la riforma Tremonti-Gelmini ci rimangono male non vedendomi altrettanto irato ed incazzoso.
Certo, non vado pazzo per le sortite di Stellina, ma non mi straccio le vesti in pubblico per qualche applauso di routine. Perché non credo che le cose possano ulteriormente peggiorare. E perché credo che i mali della scuola non dipendano da qualche riga scritta sull’ufficiale gazzetta, ma da una polverosa schiuma di pigrizia culturale che ha invaso ogni anfratto della pubblica istruzione e che stringe in una nebbiosa morsa anche i molti docenti eroicamente bravi e forse milaniani.
Così la scuola, con o senza i misfatti della Stella, continua a frustrare i suoi migliori attori e a sprecare quintalate e quintalate di talenti. E il vecchio Don Lorenzo, se fosse ancora qui, non si limiterebbe a scrivere coi suoi ragazzi un’e-mail alla professoressa di città, ma passerebbe direttamente ai calci in culo e alla frusta.
“Noi per i casi estremi si adopra anche la frusta”
(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, p. 82)




