giovedì 16 ottobre 2008

"Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna..."

Sono troppo di corsa per tentare di inchiodare sul web gli embrioni di pensieri sulla scuola che, in questi giorni, germinano nella pancia della mia mente come foruncoli fastidiosi.

E allora mia affido all’enigmatica Paloma per tessere un filo di catartica riflessione sul nostro ruolo di insegnanti.

“Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare insegna agli insegnanti, e chi non sa insegnare agli insegnanti fa il ministro della pubblica istruzione” ( M. Barbery, L'eleganza del riccio, Mondadori, p. 48 - con una piccola variante).

Ci sarebbero insomma uomini che dominano le parole e uomini che dominano le cose.

Chi domina le parole vince.

“Gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. È una cosa terribile, perché in definitiva siamo soltanto dei primati programmati per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro territorio, e quelli più tagliati per queste cose, i più animaleschi tra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè da quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il proprio giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare” ( M. Barbery, L'eleganza del riccio, Mondadori, p. 49)

Grazie a Paloma ho capito perché vado fiero della grezzitudine che mi porto appresso dal mio amato passato di operaio e bracciante, facchino e trattorista…

A scuola ci dovrebbero essere meno parole e più solchi da arare, sacchi da portare, pampini da potare, rubinetti da aggiustare, conigli da cacciare, recinti da piantare…

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Solo l'anno scorso, di questi tempi, pensavo di essermi finalmente imboscato nella verde e silente Umbria ed di riuscire ad attendere in quell'isolamento, la fine dei miei giorni...invece dopo solo 11 mesi scarsi mi trovo di nuovo nell'uggiosa ed opulenta pianura padana...
Esimio professore, posso almeno farLe visita? Accetta di scambiare due parole con un suo vecchio corsista che l'ha citata come fulgido esempio nella relazione presentata alla fine del fatidico "anno di prova"?
Cordialità. :-)
Wolf

Anonimo ha detto...

! ?

casattiva Master ha detto...

Mi trovo pienamente d'accordo con quanto espresso ne "l'eleganza del riccio".

Aggiungerei una mia ipotesi che ho formulato senza voler dimostrare nulla; è fine a se stessa, pertanto non intendo con essa pretendere di insegnare o svelare concetti sconosciuti, bensì esporre il mio modesto punto di vista:

Sussiste una sorta di proporzionalità diretta fra la complessità di una organizzazione e la rilevanza dell'apparenza (rispetto all'essenza).


in natura, una buona parte delle razza animali agisce individualmente.. senza unirsi in comunità, la parte restante invece preferisce vivere in comunità ( branchi, stormi, mandrie ecc..)

nelle specie in cui non vi è alcuna forma di aggregazione ( animali solitari), vale al 100% la legge del più forte, via via che ci avviciniamo all'uomo ( animale con aggregazione più complessa ) questo principio viene gradualmente a meno.

Nei lupi, per fare un esempio, il capobranco non corrisponde (al contrario di quello che molti potrebbero pensare) al lupo più forte o più grosso, bensì a quello con l'atteggiamento più appariscente, spesso, il lupo che appare più forte per via del suo atteggiamento, è più debole dei suoi sottoposti ( in un eventuale duello perderebbe), eppure ha il comando su di essi, non è forse lo stesso concetto, seppur in fase embrionale, della persona debole che non sa fare alcun lavoro a capo di sottoposti che invece lo sanno fare??

più diventa complessa ed evoluta la forma di aggregazione, socializzazione, formazione di comunità (chiamatela come vi pare), più l'apparenza riesce a vincere sull'essenza, premiando individui che pur non sapendo fare niente, riescono a plagiare e ad avere la meglio su altri che sanno operare.