Nativi parte prima: la moda dell’antimoda
[Ovvio che quella di Anto è – anche - una provocazione, molto intelligente, tesa soprattutto a smitizzare le onde modaiole dei convegnisti. Ma io l'ho presa ironicamente sul serio, per costringermi a riflettere seriamente sul problema. E da un paio di giorni - in macchina, sotto la doccia, in piscina... - continuo a pensare e ripensare al dilemma. Purtroppo, però, non ho molto tempo per scrivere - ed io rifletto seriamente solo scrivendo – e quindi rischio di non riuscire a partorire un testo argomentativo compiuto. Ma ci provo lo stesso a mettere qui gli embrioni di pensieri - a strappi e bocconi - nella speranza che i miei 25 lettori mi perdonino se poi non giungo ad una qualche meta dignitosa.]
Ci ho pensato una notte ed un po’, su questa storia del furto di nativi. E non ne sono convinto.
Intanto proviamo a sgomberare il terreno dal rischio modaiolo di innamorarsi dell’antimoda.
Tento di spiegarmi con uno scheletro di argomentazione.
Uno - Marc Prensky ? - partorisce un’idea (le nuove generazioni sono in conflitto con le vecchie in quanto diverse. E questa diversità nasce dalla loro essenza di nativi digitali).
Qualcuno si innamora dell’idea (anche perché sembra perfetta per spiegare l’ennesimo scontro generazionale e l’insipienza cognitiva degli studenti denunciata da rilevamenti ocse, pisa, eccetera eccetra).
Grazie a questa idea i docenti si fabbricano l’ennesimo alibi per il loro insuccesso (i ragazzi non capiscono un tubo perché sono rincretiniti da internet e videogiochi) o si ricreano una verginità rincorrendo improbabili magie tecnologiche che mascherano la loro pochezza didattica.
Intanto l’immaginario collettivo (sic!) fa il suo corso. La tendenza monta. La dicotomia (nativi VS immigrati) diventa una moda.
Si scrivono post sui nativi, articoli sui nativi, saggi sui nativi, libri sui nativi…
Si popola il mondo di tag sui nativi, di convegni sui nativi, di pawerpoint sui nativi, di yutubate sui nativi, di convegni sui nativi…
Il concetto si inflaziona e di conseguenza si svaluta.
Qualcuno comincia a partorire l’antiidea.
Nasce la contro moda (la moda di dire che quella di prima era una moda).
E i nativi digitali non esistono più. Non sono mai esistiti.
Un po’ come succede per tanti fenomeni anche importanti. Come l’inquinamento. O il buco dell’ozono.
Se ne parla. Diventa una moda. Se ne parla e riparla. Il concetto stufa. Perde di impatto. Viene dimenticato.
Ma il buco dell’ozono resta.
E i nativi digitali?
[proveremo a cercarli nelle prossime puntate]


12 commenti:
I nativi digitali esistono, punto.
Sono esistiti anche i nativi del cinematografo, i nativi della radio, i nativi della televisione (chi in italia è nato dopo il '54), i nativi del telecomando per la tv (che nella pratica comportamentale con ricadute cognitive e sociali importanti diventa nell'abitare lo zapping come darsi del senso del mondo ehehhe), esistono storicamente delle persone che sono nate dentro un mondo digitale, intendendo per tale una tecnosfera dove i dati passano attraverso un codice arbitrario di tipo numerico prima di essere immessi nei canali comunicativi.
Se Marconato con mossa retorica insiste sui nativi digitali più o meno, è perché intende portare l'attenzione sulla finalità del fare scuola, ovvero sull'apprendimento, senza continuare a perdere noi stessi il senso di ciò che diciamo, nel focalizzare parti del discorso (gli strumenti, il pc, il wiki, il 2.0, il lifestreaming) che presi di per sé non riescono a rendere la complessità contestuale, e anzi appunto rischiano di distogliere.
Ma non abbiamo dovuto aspettare il web e i millennials per capire la pericolosità di punti di vista eccessivamente parcellizzanti e analitici. Pe rcomprendere i fenomeni, ci torna utile scomporre, ma poi bisogna risalire dai significati delle parole (e molte parole veicolano più significati) al loro senso, ovvero al loro abitare concretamente le situazioni esistenziali, dove come atto linguistico (dire E' fare) acquisiscono un senso contestualmente determinato, stabilito da quelle negoziazioni interdsoggettive e patteggiamenti del senso che avvengono nella comunità dei parlanti.
Quindi una volta sviscerati i significati potenziali degli strumenti (e l'etichetta "nativi digitali2 è uno strumento linguistico, che veicola una potenzialità nel suo percepire il mondo da un determinato punto di vista), possiamo risalire ai comportamenti che in questo caso vogliamo virtuosi, ad esempio come orientare un gruppo classe all'apprendimento in una situazione esistenziale ormai permanentemente abitata da tecnologie sociali (perché wikipedia non è una fotocopiatrice).
Qual è il problema? Sempre quello solito. I nativi digitali esistono, ma non sono affatto quello che noi pensiamo. Perché abbiamo riempto questa etichetta di significati nostri, che siamo immigrati digitali.
Mi sembra di vedere Ruskin, fatto di cultura ottocentesca, che si mette a giudicare le Belve o il Cubismo.
Mi sembra di vedere uno che si intende di cavalli e di postiglioni che discetta di autostrade.
Mi sembra di vedere Sergio Romano al Festival del giornalismo di PErugia che sproloquia di blog.
Mi sembra di vedwere i troppi dirigenti scolastici che conosco che sputano sentenze su un web che non conoscono e non capiscono.
Mi sembra di vedere gli ispettori degli uffici regionali scolastici che parlano di web2.0 e scrivono loro i programmi d'aula delle formazioni scolastiche per insegnanti, ma loro non solo non hanno un blog o un account su youtube o non hanno mai chattato o mai commentato da qualche parte o provato ad arredare delle mappe satellitari o fatto quello che volete che assomigli alle nostre pratiche ormai quotidiane, ma sono dieci anni che schifano queste cose "per ragazzi" e non sanno nemmeno usare le mail. E adesso sono costretti a farlo, e faranno danni, come con le lavagne prossime venture. Mi viene da gomitare.
Vi lascio qui un vecchio documento 1996, ingenuotto e frichettone, di Barlow, fondatore della Electronic Frontier Foundation, dove già trovate la parole "immigranti" per definire chi non abita qui, e mai capirà cosa significa.
Non credo che Prensky abbia fatto gran fatica a individuare il termine "nativi", con simili premesse.
http://www.olografix.org/loris/open/manifesto_it.htm
Ciao
Concordo perfettamente col precedente commento, pur rammaricandomi del fatto che mi ha battuta sul tempo.
Certo, i nativi digitali esistono, ma non sono delle belve in procinto di azzannarci o addirittura divorarci, come qualcuno (probabilmente tutti i soggetti citati da Jannis, che dissertano della rete, non conoscendola)lascia intendere, nè sono tutti maghi delle tecnologie capaci di colpi bassi nei confronti del docente e del tutor.
In fondo i nativi non sono altro che i giovani d'oggi e, in quanto tali, non possono non essere diversi dalla generazione che li ha preceduti.
Quali le differenze sostanziali nel loro rapporto con le tecnologie? Io qui ne ho indicate alcune. Mi pare, a questo punto, che ai docenti non resti altro che usare i linguaggi e gli ambienti digitali più popolari perchè, attraverso un dialogo finalmente costruttivo ed efficace, si possano smussare spigoli ed incongruenze mettendo a frutto ogni risorsa possibile.
Grande, Giorgio!!! naturalmente ho colto sia la provocazione di Antonio che la mossa retorica di Gianni... e le mie elucubrazioni - per ora solo allo stato di bozza mentale - che forse riuscirò a buttare giù nei prossimi giorni - in vista del "mio" convegno - portano alle tue conclusioni. Proprio un paio di giorni fa, ad un'accademica venuta nella mia scuola a spiegarci come si valutano i ragazzi - lei non sapeva nemmeno dell'esistenza di fb, tanto per capirci - ho opposto più o meno il "tuo" pensiero: "I nativi digitali esistono, ma non sono affatto quello che noi pensiamo. Perché abbiamo riempto questa etichetta di significati nostri, che siamo immigrati digitali."... e poi le ho fatto esempi meno culturali dei tuoi, ma dello stesso tenore...
Grazie del contributo!!!
Grazie rosamaria per il contributo ed il prezioso link. Sono d'accordo con la tua analisi... ho solo qualche perplessità sul tuo invito agli insegnati perché usino le nuove tecnologie: sono quasi certo, come ho testimoniato in vari post, che rischiano di fare più danni che...
Può darsi che tu abbia ragione, Mario, e sicuramente non è il caso di obbligare chi vede nel computer la "bestia" da rendere innocua relegandola nel laboratorio d'informatica.
Agli altri, invece, forse sarebbe il caso di dare la possibilità di imparare, di prendere dimestichezza col nuovo ambiente, di sperimentare metodi e tecniche, adattondoli a quelle che sono le proprie capacità e le esigenze dela classe. In fondo i danni che ne potrebbero derivare non dovrebbero essere molto dissimili da quelli che rischiano di fare tutti i docenti alle prime armi, prima mandati allo sbaraglio e "testati" solo alla fine dell'anno di prova (ancora ricordo come un incubo il corso seguito in tutta fretta, in concomitanza con gli scrutini di fine anno e gli esami di qualifica, che quell'anno mi toccò fare addirittura per due intere cattedre!).
eheh...
certo che i nativi digitali esistono (quelli che esistono...!).
Ribadisco, è stato più o meno detto nelle varie "puntate" Anto-Gianni, quelli che esistono sono comunque da *educare* nell'ambito apprendimento, al digitale.
Ahi, certo che... c'è molto ancora da educare fra i docenti!
ciao
i nativi digitali esistono, come sono esistiti i nativi televisivi e come esistevano i nativi analogici: sono sempre esistiti nativi "diversi". Dicevo, in un commento precedente, della piccola indagine sull'uso di facebook e, sempre in modo superficiale, mi sono reso conto che la differenza di coscienza e di competenza nell'uso delle nuove tecnologie dipende quasi esclusivamente dagli adulti che i barbari hanno attorno e da come questi adulti li aiutano a capire le regole del videogioco della vita.
La moda dell'antimoda? Forse, ma per me la categoria dei "nativi digitali" che ESISTONO - come esiste Dio - è inadeguata ed insufficiente a spiegare le problematiche dei giovani d'oggi di fronte all'educazione/formazione, includendovi, quantomeno anche la "questione insegnanti".
Poi il tema è davvero complesso e muliti-facce e di questo la nostra conversazione trans-blog sta rendendo conto. Ringrazio tutti per il dono del proprio pensiero
Sono io che ringrazio tutti, Gianni: gli abitanti della rete, ancora una volta si dimostrano "amici pensanti". è proprio bello! Adesso non ho quasi il coraggio di pubblicare la prossima puntata... che in buona misura è già stata superata da voi!!!
Concordo con Giorgio sulla parte relativa a tutti coloro che pontificano su cose che non conoscono, e nell'amministrazione scolastica (ma non solo..) certamente (purtroppo) abbondano..
Non mi convince invece la questione generazionale ("non li capiamo perché siamo immigrati..") o meglio non mi convince in chiave tecnologica. Che padri e figli non si capiscano tra loro e che la scuola sia perennemente in crisi, non mi sembrano ...novità digitali :-)
Mi pare invece (e mi riallaccio alla parte che condivido) che ci possa essere più differenza tra chi "vive" la rete e chi no (e in questo senso, ad esempio, il fenomeno Facebook può avere un ruolo, ne ho scritto qualche tempo fa per commentare un'altra etichetta, parvenu, assegnata da Sergio Maistrello ai novizi di FB), indipendentemente dall'età che, ripeto, è (come è sempre stato) ovviamente un elemento di frattura.
Ho seguito anche il link suggerito da Rosamaria e ho un dubbio: sei proprio certa che i ragazzi siano portati a leggere dal monitor e lo preferiscano al libro? Possiamo fare generalizzazioni simili?
Non ne sarei così sicuro...
In effetti, Anto, io avevo detto "probabilmente", non lo avevo dato per certo e, ora che mi ci fai tornare su, credo che le differenze in questo, più che generazionali, siano assolutamente personali, come dice Agati; per esempio, mi viene in mente mio nipote, undici anni, che adora leggere libri, alcuni miei alunni, più grandi di lui, che si farebbero tagliare un dito pur di non aprirne uno e, infine, certe mamme di famiglia del long life learning che, nei corsi on line seguiti per "prendere pezzi di carta che aiutino a fare carriera", non trovano di meglio da fare che copiare e incollare pezzi altrui piuttosto che svolgere, magari maldestramente ma onestamente, le proprie riflessioni.
Hai ragione, non si può generalizzare.
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