mercoledì 8 aprile 2009

Nativi parte terza: una bufala parziale.

Insomma: l’etichetta potrà anche non piacere (e io l’ho detto anche qui…), ma non si può buttar via il bambino con l’acqua sporca.

Come si fa a dire che i ragazzi di oggi non sono digitali?

Io credo che nei post degli amici (Antonio e Gianni) ci sia un equivoco di fondo. Pensare, cioè, che i nativi digitali siano cittadini consapevoli del web duepuntoqualcosa, smanettoni scaltri, capaci di popolare il web di contenuti e link di grande impatto cognitivo…

Non è così, come io stesso ho più volte sostenuto. La stragrande maggioranza dei miei ragazzi smanetta sì, ma con la consapevolezza di un criceto!

Ma non è questo il punto.

I ragazzi sono digitali in quanto parziale prodotto dell’universo digitale. In quanto usano orologi digitali, cellulari digitali, videogiochi digitali, lettori musicali digitali…

[Mio figlio ventenne, universitario, non del tutto tonto - ad esempio - non è in grado di leggere un orologio analogico]

E, al di là dell’etichetta, e al di là delle scontate approssimazioni di una dicotomia forzatamente semplicistica, mi pare evidente che esista, nel mondo della scuola almeno, una spaccatura [insanabile] fra due mondi, fra studenti e docenti (lasciamo stare le eccezioni dei bravi docenti che...), fra chi è cresciuto nel liceo di ieri e chi abita di sfuggita nei grigiotediosi tecnicoprofessionali di oggi. (i licei, talvolta, sono un’altra cosa, ma non per merito dei licei stessi, ma dell’ambiente socio familiare da cui provengono quasi tutti i liceali!).

Certo questo iato non dipende (SOLO) dall'essere o meno digitali (anche se credo che le ore di videogioco, di zapping cybernetico, di cuffie nelle orecchie, di sms... qualche traiettoria neuronale l'abbiano deviata) ma dal senso. Dal modo di ricercare un senso delle cose, delle azioni, della vita.

NOI diamo un senso alle cose. LORO ne danno un altro. Noi diamo un'importanza etica alla profondità, LORO non capiscono perché devono fare tanta fatica a scavare se il piacere quasi sempre aleggia in superficie. NOI amiamo l'estetica dell'unicum e dell’autentico, LORO si abbandonano con libidine all’estetica del facile riuso. Noi amiamo gli stilemi classi o romantici, loro sono melting pop. NOI tifiamo per la riflessione e l’analisi, LORO sono seguaci della velocità e dell’infilata di sequenze. Noi siamo adepti dell’etica calvinista dell’impegno (ma poi vero?), LORO sono fancazzisti imperituri. NOI abbiamo un senso storico, LORO…

E non esprimo un giudizio di valore. Loro non sono peggiori o migliori. Sono diversi (come ogni buon antropologo dice delle civiltà altre).

Chiamiamoli digitali, o barbari, o mocciosi… ma loro sono inesorabilmente diversi. O meglio: sono gli inconsapevoli protagonisti di un diverso modo di tracciare il mondo. Di una diversa cultura. Di una diversa civiltà. Che ha i suoi imbelli condottieri (Larry Page e Sergey Brin; Chad Harley e Steve Chen; Shawn Fanning; Mark Zuckerberg…), i sui semianalogici collaborazionisti (Tim Berners-Lee, Nicholas Negroponte, David Weinberger, Derrick De Kerkove, Agati Mario) e milioni e milioni di nuovi sudditi più o meno consapevoli (i ragazzi che popolano i formicai scolastici).

E prima o poi vinceranno (vinceremo: loro e noi, collaborazionisti!)

(e la loro società non sarà peggiore della nostra e di quelle che ci hanno preceduto)

5 commenti:

Annarita ha detto...

Sono d'accordo. Ho già lasciato un commento in tal senso nel post di Gianni "I nativi digitali non esistono" (spero di aver riportato correttamente il titolo, in cui esprimo le mie perplessità.

Lo riporto di seguito:

Ho proposto alcuni estratti………………… che dimostrano come, in definitiva, questo dei nativi digitali perennemente conessi e impegnati a produrre contenuti multimediali da condividere sul web, sia più un mito che una realtà(stralcio del post di Gianni)

Se per nativi digitali si intende quanto contenuto nella frase citata, possiamo anche concludere che non esistono, ma è pur vero che i nostri adolescenti masticano tecnologia, seppure ingenuamente, sin dalla nascita e allora non si può liquidare la faccenda affermando che non esistono!

Esistono, eccome se esistono, con i loro limiti e non nel senso di essere in possesso di una competenza digitale matura, per come questa viene intesa.

Sono d’accordo con te, Gianni, circa l’analisi della distanza della scuola dalla realtà. Distanza che c’è sempre stata anche nel passato, ma che attualmente è diventata drammatica.

Sono anche d’accordo che questa è la vera emergenza, emergenza resa più complessa dal fatto che i nostri ragazzi sono digital natives privi di competenza digitale! Un casino…

Qual è quindi la loro vera identità! Questo è il punto su cui riflettere. E qui non posso non nutrire i dubbi avanzati da Marcello Molino.

Giorgio Jannis ha detto...

;)

Anto ha detto...

Beh, mi pare che siamo arrivati ad un certo punto di convergenza, tra smanettoni e criceti :-)
Tuttavia - come ho già scritto in chissà quale commento di chissà quale post :-) - che gli studenti siano diversi dai loro insegnanti e che esista un conflitto generazionale non mi pare una novità dovuta al digitale...
Il digitale è una componente della crisi, non l'unica.
Certo, si potrà osservare che la scuola non aveva certo bisogno di ulteriori "picconature" :-).
E invece c'è anche questa, prendiamone atto e attrezziamoci!!
Proviamo a renderli "nativi competenti" :-)

il grigio ha detto...

Non è il caso di dilungarsi ripetendo il già detto.
Dobbiamo solo vincere, anche a costo di essere fucilati come collaborazionisti! Un saluto.

Maria Grazia Fiore ha detto...

Su questa del collaborazionismo ci devo riflettere... Potrebbe far luce su angoli oscuri del nostro vissuto ;-)