I ragazzi venuti da Google (ultimated edition?)
Dopo il convegno - a giorni la pubblicazione di atti, podcast, eccetera - mi hanno chiesto di scrivere un articolo - sui presunti nativi digitali - per un magazine locale a vocazione didattica. E' stata l'occasione per mettere un po' di ordine nei miei ultimi appunti, sfrondandoli di facili ironie e scostanti controprovocazioni. Ne è uscita una sintesi che rispecchia - credo fedelmente - il mio attuale pensiero sulla faccenda. Ammesso che a qualcuno possa interessare...
-----------------------------Negli ultimi due anni la dicotomia – nativi digitali/immigrati digitali - inventata da Marc Prensky per segnalare l’ennesimo iato generazionale ha avuto un tale successo da divenire una vera e propria moda. Si scrivono post sui nativi, articoli sui nativi, saggi sui nativi… E si fanno convegni sui nativi. Va da sé che l’inflazione lessicale rischia di svalutarne il concetto di fondo. E da più parti si levano voci che affermano – in maniera più o meno provocatoria – che i nativi digitali, di fatto, non esistono.
Non amo le generalizzazioni né le etichette che tentano di omologare – almeno nelle definizioni – fenomeno dinamici e complessi. E non credo possa esistere uno slogan che possa vestire un’intera generazione. I ragazzi - come ci ricorda ancora Don Milani - sono diversi. Non esistono strategie educative valide per tutti, ma esistono percorsi d’apprendimento per Giovanni, Sara, Noemi, Simone… I miei due cuccioli, ad esempio, sono entrambi adorabili, ma sono del tutto diversi: uno potrebbe adattarsi perfettamente allo stereotipo del nativo digitale, l’altro, che pure smanetta con disinvoltura, ha le stimmate del giovinetto analogico d’antan.
Quando andiamo alla ricerca dei presunti nativi digitali, quindi, non si tratta di sclerotizzare con la secchezza di un elenco puntato un’intera popolazione giovanile. Si tratta solo di capire se esistono caratteristiche comuni - minimi comuni denominatori - che contraddistinguono i ragazzi di oggi. E se queste caratteristiche comuni possono in parte spiegare – se non giustificare – certe evidenze comportamentali nella costruzione dei loro saperi.
I dubbi sulla reale esistenza e consistenza dei nativi digitali serpeggiavano ampiamente anche nella Redazione Ted alle prese con l’organizzazione dell’annuale convegno. Per questo abbiamo deciso di affrontare la queste (esistono i nativi?) con il supporto di alcuni docenti che si mescolano quotidianamente con i soggetti dell’indagine, ma anche con studiosi di varia provenienza culturale (un pedagogista, uno psicologo, un linguista, una semiologa…).
Lo stesso titolo del convegno, volutamente generico e asettico, è l’evidente sintomo dei nostri dubbi e sottende la possibilità che ci possono essere ragazzi analogici e ragazzi digitali, vecchietti digitali e vecchietti analogici.
Confesso, però, che il titolo è il risultato di una mediazione: io avevo proposto "I ragazzi venuti da Google" che, come si vede, è un po' sbilanciato verso il riconoscimento di una specificità generazionale.
Ed avevo anche pensato ad un’immagine eloquente: il vecchio Dante che guarda perplesso Silvia – una mia simpatica alunna di terza - che, pur maneggiando con disinvoltura libri e parole, è ormai proiettata verso un nuovo orizzonte cognitivo fatto anche di Google e di Facebook, di tag cloud e di link, di sms e Youtube.
Insomma: l’etichetta potrà anche non piacere – e non mi fa impazzire - ma ha una sua valenza argomentativa.
Come si fa a dire che i ragazzi di oggi non sono digitali?
Io credo che negli interventi di chi nega l’esistenza dei nativi ci sia un equivoco di fondo. Pensare, cioè, che i nativi digitali siano cittadini consapevoli del web 2.0, smanettoni scaltri, capaci di popolare il web di contenuti e link di grande impatto cognitivo…
Non è così, come io stesso ho più volte sostenuto. La stragrande maggioranza dei miei ragazzi naviga fra link e finestre con grande disinvoltura, ma con scarsa consapevolezza critica ed eccessiva leggerezza.
Ma non è questo il punto.
I ragazzi sono digitali in quanto parziale prodotto dell’universo digitale. In quanto usano orologi digitali, cellulari digitali, videogiochi digitali, lettori musicali digitali…
E al di là dell’etichetta e delle scontate approssimazioni di una dicotomia forzatamente semplicistica, mi pare evidente che esista, nel mondo della scuola almeno, un certo dissonanza fra due i due mondi, fra quello degli insegnanti e quello dei ragazzi.
Certo questo iato non dipende (SOLO) dall'essere o meno digitali (anche se credo che le ore di videogioco, di zapping cybernetico, di cuffie nelle orecchie, di sms... qualche traiettoria neuronale l'abbiano deviata) ma dal senso. Dal modo di ricercare un senso delle cose, delle azioni, della vita.
NOI diamo un senso alle cose. LORO ne danno un altro. Noi diamo un'importanza etica alla profondità, LORO non capiscono perché devono fare tanta fatica a scavare se il piacere quasi sempre aleggia in superficie. NOI amiamo l'estetica dell'unicum e dell’autentico, LORO si abbandonano all’estetica del facile riuso. Noi amiamo gli stilemi classici o romantici, loro sono melting pop. NOI tifiamo per la riflessione e l’analisi, LORO sono seguaci della velocità e dell’infilata di sequenze…
E non esprimo un giudizio di valore. Loro non sono peggiori o migliori. Sono diversi (come ogni buon antropologo dice delle civiltà altre).
Chiamiamoli nativi digitali (per dirla con Prensky) o mutanti che respirano con le branchie di Google (per dirla alla Baricco) o generazione web… ma loro sono inesorabilmente diversi. O meglio: sono gli inconsapevoli protagonisti di un diverso modo di tracciare il mondo. Di una diversa cultura. Di una diversa civiltà. Che ha i suoi imbelli condottieri (Larry Page e Sergey Brin; Chad Harley e Steve Chen; Shawn Fanning; Mark Zuckerberg…), i sui semianalogici collaborazionisti (Tim Berners-Lee, Nicholas Negroponte, David Weinberger, Derrick De Kerkove …) e milioni di nuovi adepti più o meno consapevoli.
E prima o poi vinceranno. O, meglio, vincerà la cultura di cui loro sono più o meno ignari vettori. Perché la Galassia Digitale è destinata in ogni caso a sostituire – o comunque ad includere - la Galassia Gutemberg.
Si tratta se mai di vedere cosa deve fare la scuola in questa fase di transizione. Si tratta se mai di chiedersi, ad esempio, come orientare un gruppo classe all'apprendimento in una situazione esistenziale ormai abitata da tecnologie sociali.
Intanto mi viene da dire che noi insegnanti dobbiamo fare un ulteriore sforzo per cercare di conoscere di più e meglio i nativi che ci siedono di fronte. Perché non possiamo certo leggere gli studenti di oggi con gli strumenti e le strategie dei docenti di ieri. E senza conoscenza e comprensione reciproca non c’è dialogo educativo che tenga.
E poi, io rimango convinto che l’uso intelligente di certe tecnologie (vecchie e nuove) potrebbe curvare sensibilmente la prassi didattica verso orizzonti un po’ più costruttivisti che inseriscano i ragazzi in percorsi di apprendimento più attivi e collaborativi.
Senza dimenticare che se è vero che i nostri ragazzi sono quotidianamente sovraesposti a mitragliate di pillole cognitive, ai linguaggi sincopati di propaggini elettroniche, all’indistinta schiuma di saperi che galleggiano nelle reti, è altrettanto vero che la scuola deve porsi – anche - come guida, come coscienza critica, come agenzia di sintesi e sistematizzazione, se non proprio di ricomposizione olistica, della frammentazione culturale. Facendo i conti, appunto, con l’identità digitale.
Perché se la bulimia tecnologica genera qualche potenziale disadattato, l’anoressia tecnologica genera molti potenziali emarginati.
Come sempre: Es modus in rebus. Impariamo dunque, assieme ai nostri ragazzi, a godere dei piaceri delle ITC, senza abusarne, come si può imparare a gustare il buon vino senza ubriacarsi e a godere del buon cibo senza ingrassare.



4 commenti:
Per quel che può valere, Mario, mi ritrovo esattamente in quello che hai esposto. Solo che io non riesco a presentarlo con la stessa efficacia. E sono d'accordo con quel che affermi perché insegnante come te che ogni giorno è in prima linea e si confronta con i nostri ragazzi. Ragazzi che, al di là della diatriba nativi digitali o meno, sono diversi dai ragazzi di ieri ed esigono un approccio didattico e apprenditivo diverso. Pensare di proporre gli stessi stereotipi di gentiliana memoria o peggio pensare che la questione "nativi digitali" non esista è, oltre che miope, completamente fuori dalla realtà.
Hai fatto chiarezza in una discussione virtuale che ormai mi stava annoiando.
Grazie.
Baci
annarita
La difficoltà, e il problema, di noi insegnanti è quello di mantenere sempre" l'orecchio verde", non maturato, del signore anziano della vecchia favola di Rodari. Un saluto.
Roberto
MI sembra che la conclusione del post sia saggia: è l'abuso a rendere lo strumento guasto! Ciò che noi insegnanti/formatori possiamo fare è solo imparare a conoscere gli strumenti, farli nostri per rinterpretarli e proporli in utilizzi alternativi a quelli a cui i ragazzi sono abituati.
Interessante sintesi, Agati. E, dal mio punto di vista, del tutto condivisibile.
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