sabato 25 aprile 2009

in attesa di convenire sul convegno...

Visto che non sono riuscito a comperarmi un po’ di tempo e quello che mi resta basta appena per l’ordinaria manutenzione di un’esistenza che si consuma rapida fra i sei lavori, e la campagna elettorale, e le domestiche faccende, e lo speciale SMOOL da completare, e qualche vasca per non sflosciare, e… visto che proprio non son riuscito a comperarmi un po’ di tempo per meditare con catartica scrittura su quel convegno dei nativi… riporto al volo le tre note che ho buttato giù proprio la sera di quel giorno così lungo, e seducente, e strano. Le note parton qui:

è andata!
lo so che chi è dentro non dovrebbe esprimere un giudizio. e che quando scrivo le robe a caldo (anche per la febbre!) poi mi pento. e allora non farò – per ora - un bilancio culturale del convegno. ma un bilancio empatico sì.
mi è piaciuto. mi ci sono trovato bene. mi sono persino divertito. ed anche un pochino – ma solo un pochino - emozionato.
convincente e passionale Attilia Lavagno. brava e professionale Giovanna Morini.
arguto e fuggitivo, Luigi Guerra.
strepitoso Augusto Carli: uno studioso di altri tempi che sa disegnare con ironia impietosa il nostro tempo.
sferzante la pacatezza colta di Roberto Cubelli. e sorprendente a pranzo, per la potenza geometrica del suo affabulare di storia e società.
tagliente ed intrigante ed ironica e sagace Giovanna Cosenza. e pronta - pure davanti a un sangiovese - ad ingaggiar duelli di razionalità impietosa col maschiettino ciarliero e desueto (sarà una qualche figura retorica?).
carini persino politici e amministratori. tutti di garbo vestiti e sorridenti.

se il convegno ha stabilito il diritto di cittadinanza dei nativi?

sì. no. non so.

(comunque, arriveranno gli atti ed i podcast)

martedì 21 aprile 2009

Intervallo (pausa di riflessione)

Mi concedo una pausa di riflessione (nel senso che devo soprattutto riflettere sulla marea di lavori che ho lasciato un po' indietro a causa del convegno, e non solo). A proposito: il convegno è stato molto carino, molto interessante, molto molto. Ma ne parlerò, a rate, più avanti.

mercoledì 15 aprile 2009

Analogici o digitali? (I ragazzi vengono da Google?)


analogici o digitali?

A Modena un convegno sulla sfida delle nuove tecnologie nella relazione scolastica e nella costruzione degli apprendimenti

Giovedi' 16 aprile a Memo, Modena, un convegno sui "nativi digitali", le nuove leve generazionali interamente o prevalentemente formate all'interno di ambienti digitali attraverso l'uso di nuove tecnologie e la fruizione di contenuti culturali in forma plurimediale.
Come cambia la costruzione dell'apprendimento? Come può la scuola intervenire attraverso l'educazione ad un utilizzo critico e consapevole dei nuovi strumenti tecnologici?
Ne parleranno a Memo docenti ed esperti in materia di linguistica, comunicazione, psicologia, informatica, e scienze della formazione.
Il convegno in programma giovedì 16 aprile alle ore 9 a Memo (viale Jacopo Barozzi 172 Modena) è organizzato dalla Provincia di Modena - Progetto TED Tecnologie Educative Distribuite.

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

ore 9.00 Apertura del convegno

Saluti
Adriana Querzè
Assessore all’Istruzione del Comune di Modena

Cristina Bertelli
Dirigente Servizio Istruzione e Integrazione dei Sistemi Formativi della Regione Emilia-Romagna

I SESSIONE
I nativi digitali alla prova: riflessione su alcune esperienze didattiche


Introduce e coordina
Mario Agati - Redazione TED

Presentazioni di
Attilia Lavagno - Docente di Inglese - Liceo San Carlo (Modena)
Giovanna Morini - Docente di Informatica - ITI Corni (Modena)

Interviene
Luigi Guerra
Preside della Facoltà di Scienze della Formazione
Università di Bologna

ore 10.30 Pausa

II SESSIONE
Tavola Rotonda


Introduce Luigi Guerra

Coordina Silvia Menabue Dirigente Scolastico IPSIA Corni (Modena)

Intervengono

Augusto Carli
Professore Ordinario di Glottologia e Linguistica Direttore del Dipartimento di Scienze del Linguaggio e della Cultura - Facoltà di Lettere e Filosofia - Università di Modena e Reggio Emilia

Giovanna Cosenza
Professore Associato di Semiotica dei nuovi media Dipartimento di Discipline della Comunicazione - Facoltà di Lettere e Filosofia - Università di Bologna

Roberto Cubelli
Professore Ordinario di Psicologia della Memoria e dell’Apprendimento - Vice Preside del Dipartimento di Scienze Cognizione e Formazione Facoltà di Scienze Cognitive - Università di Trento

ore 12.30
Conclusioni
Silvia Facchini
Assessore all'Istruzione e alla Formazione Professionale della Provincia di Modena

Il Convegno si configura come attività di formazione e aggiornamento ai sensi degli artt. 64 e 67 CCNL 2006/2009 per la partecipazione in orario di servizio.


venerdì 10 aprile 2009

è primavera, nonostante tutto

Imprigionato da onanistiche diatribe digitali e dalla rabbia muta per aquile sbriciolate,
quasi dimenticavo il parto primaverile dei miei ragazzi di
SMOOL


Il profumo dei ricordi

E sono qui. Su questo terrazzo con il naso all’insù, aspettando qualche stella cadente e inebriandomi dell’odore della notte. Credo che la notte abbia un suo odore, un aroma pulito, leggero e trasparente. Un profumo più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà, una fragranza fatta per ingannare il tempo che mi affanno a riempire. Perché più lo riempio e meno tempo mi resta per pensare. E come un pesce fuor d’acqua corro boccheggiando dentro la mia ruota, nuoto affannato nella mia boccia di vetro, senza navigatore né cartina perché non so dove andare.

E alla fine vincono i ricordi. È come la risacca dell’onda che scompiglia e allontana i sassolini bianchi e neri che avevo accuratamente soffiato ordinati sulla sabbia (segue>>>)

Così comincia questo trentacinquesimo numero di un magazine on line
che perpetua la sua adolescente poesia
nonostante il dolore
e le stupidità imperanti.

leggilo >>>

mercoledì 8 aprile 2009

Nativi parte terza: una bufala parziale.

Insomma: l’etichetta potrà anche non piacere (e io l’ho detto anche qui…), ma non si può buttar via il bambino con l’acqua sporca.

Come si fa a dire che i ragazzi di oggi non sono digitali?

Io credo che nei post degli amici (Antonio e Gianni) ci sia un equivoco di fondo. Pensare, cioè, che i nativi digitali siano cittadini consapevoli del web duepuntoqualcosa, smanettoni scaltri, capaci di popolare il web di contenuti e link di grande impatto cognitivo…

Non è così, come io stesso ho più volte sostenuto. La stragrande maggioranza dei miei ragazzi smanetta sì, ma con la consapevolezza di un criceto!

Ma non è questo il punto.

I ragazzi sono digitali in quanto parziale prodotto dell’universo digitale. In quanto usano orologi digitali, cellulari digitali, videogiochi digitali, lettori musicali digitali…

[Mio figlio ventenne, universitario, non del tutto tonto - ad esempio - non è in grado di leggere un orologio analogico]

E, al di là dell’etichetta, e al di là delle scontate approssimazioni di una dicotomia forzatamente semplicistica, mi pare evidente che esista, nel mondo della scuola almeno, una spaccatura [insanabile] fra due mondi, fra studenti e docenti (lasciamo stare le eccezioni dei bravi docenti che...), fra chi è cresciuto nel liceo di ieri e chi abita di sfuggita nei grigiotediosi tecnicoprofessionali di oggi. (i licei, talvolta, sono un’altra cosa, ma non per merito dei licei stessi, ma dell’ambiente socio familiare da cui provengono quasi tutti i liceali!).

Certo questo iato non dipende (SOLO) dall'essere o meno digitali (anche se credo che le ore di videogioco, di zapping cybernetico, di cuffie nelle orecchie, di sms... qualche traiettoria neuronale l'abbiano deviata) ma dal senso. Dal modo di ricercare un senso delle cose, delle azioni, della vita.

NOI diamo un senso alle cose. LORO ne danno un altro. Noi diamo un'importanza etica alla profondità, LORO non capiscono perché devono fare tanta fatica a scavare se il piacere quasi sempre aleggia in superficie. NOI amiamo l'estetica dell'unicum e dell’autentico, LORO si abbandonano con libidine all’estetica del facile riuso. Noi amiamo gli stilemi classi o romantici, loro sono melting pop. NOI tifiamo per la riflessione e l’analisi, LORO sono seguaci della velocità e dell’infilata di sequenze. Noi siamo adepti dell’etica calvinista dell’impegno (ma poi vero?), LORO sono fancazzisti imperituri. NOI abbiamo un senso storico, LORO…

E non esprimo un giudizio di valore. Loro non sono peggiori o migliori. Sono diversi (come ogni buon antropologo dice delle civiltà altre).

Chiamiamoli digitali, o barbari, o mocciosi… ma loro sono inesorabilmente diversi. O meglio: sono gli inconsapevoli protagonisti di un diverso modo di tracciare il mondo. Di una diversa cultura. Di una diversa civiltà. Che ha i suoi imbelli condottieri (Larry Page e Sergey Brin; Chad Harley e Steve Chen; Shawn Fanning; Mark Zuckerberg…), i sui semianalogici collaborazionisti (Tim Berners-Lee, Nicholas Negroponte, David Weinberger, Derrick De Kerkove, Agati Mario) e milioni e milioni di nuovi sudditi più o meno consapevoli (i ragazzi che popolano i formicai scolastici).

E prima o poi vinceranno (vinceremo: loro e noi, collaborazionisti!)

(e la loro società non sarà peggiore della nostra e di quelle che ci hanno preceduto)

lunedì 6 aprile 2009

Nativi parte seconda: alla ricerca dei nativi perduti


Non amo le generalizzazioni
né le etichette che tentano di omologare – almeno nelle definizioni – fenomeno dinamici, vitali e complessi. Dico subito, quindi, che - d’accordo con Gianni - non credo possa esistere un titolo od uno slogan che possano vestire adeguatamente un’intera generazione e/o una galassia culturale.

Del resto, nemmeno etichette come Illuminismo o Romanticismo sono abiti perfetti per movimenti eterogenei.

I ragazzi sono diversi, come ci ricorda ancora Don Milani. Non esistono libri o strategie educative valide per tutti, ma esistono percorsi d’apprendimento per Giovanni, Sara, Noemi, Simone…

I miei due cuccioli, ad esempio, sono entrambi adorabili, ma sono del tutto diversi: uno potrebbe adattarsi quasi perfettamente allo stereotipo del nativo digitale, l’altro, che pure smanetta con disinvoltura, ha le stimmate del giovinetto analogico d’antan.

Quando andiamo alla ricerca dei presunti nativi digitali, quindi, non si tratta di sclerotizzare con la secchezza di un elenco puntato un’intera popolazione giovanile. Si tratta solo di capire se esistono caratteristiche comuni (minimi comuni denominatori) che contraddistinguono i ragazzi di oggi. E se queste caratteristiche comuni possono in parte spiegare – se non giustificare –certi evidenze comportamentali nella costruzione del loro sapere.

Si tratta insomma di vedere se - fatte salve le eccezioni e le varie sfumature – i nostri ragazzi sono dei semplici fancazzisti giustificati dalle pochezze istituzionali, se sono dei nativi digitali (per dirla alla vecchia maniera di Prensky) o dei mutanti che respirano con le branchie di Google (per dirla alla Baricco).

I dubbi sulla reale esistenza e/o consistenza dei nativi digitali serpeggiavano ampiamente anche nella Redazione Ted alle prese con l’organizzazione dell’annuale convegno.

Per questo abbiamo deciso di affrontare l’indagine (esistono i nativi?) con il supporto di alcuni docenti che si mescolano quotidianamente con i soggetti dell’indagine, ma anche con studiosi di varia provenienza culturale (un pedagogista, uno psicologo, un linguista, una semiologa…).

Lo stesso titolo del convegno, volutamente generico e asettico, è l’evidente sintomo dei nostri dubbi e sottende la possibilità che ci possono essere ragazzi analogici e ragazzi digitali, vecchietti digitali e vecchietti analogici.

Confesso, però, che il titolo è il risultato di una mediazione: io avevo proposto "I ragazzi venuti da Google" che, come si vede, è un po' sbilanciato verso il riconoscimento di una specificità generazionale.

Ed avevo anche pensato ad un’immagine eloquente: il vecchio Dante che guarda perplesso Silvia – una mia simpaticissima alunna di terza - che, pur maneggiando libri e parole, è ormai proiettata verso un nuovo orizzonte culturale.

domenica 5 aprile 2009

Nativi parte prima: la moda dell’antimoda

[Ovvio che quella di Anto è – anche - una provocazione, molto intelligente, tesa soprattutto a smitizzare le onde modaiole dei convegnisti. Ma io l'ho presa ironicamente sul serio, per costringermi a riflettere seriamente sul problema. E da un paio di giorni - in macchina, sotto la doccia, in piscina... - continuo a pensare e ripensare al dilemma. Purtroppo, però, non ho molto tempo per scrivere - ed io rifletto seriamente solo scrivendo – e quindi rischio di non riuscire a partorire un testo argomentativo compiuto. Ma ci provo lo stesso a mettere qui gli embrioni di pensieri - a strappi e bocconi - nella speranza che i miei 25 lettori mi perdonino se poi non giungo ad una qualche meta dignitosa.]

Ci ho pensato una notte ed un po’, su questa storia del furto di nativi. E non ne sono convinto.

Intanto proviamo a sgomberare il terreno dal rischio modaiolo di innamorarsi dell’antimoda.

Tento di spiegarmi con uno scheletro di argomentazione.
Uno - Marc Prensky ? - partorisce un’idea (le nuove generazioni sono in conflitto con le vecchie in quanto diverse. E questa diversità nasce dalla loro essenza di nativi digitali).

Qualcuno si innamora dell’idea (anche perché sembra perfetta per spiegare l’ennesimo scontro generazionale e l’insipienza cognitiva degli studenti denunciata da rilevamenti ocse, pisa, eccetera eccetra).

Grazie a questa idea i docenti si fabbricano l’ennesimo alibi per il loro insuccesso (i ragazzi non capiscono un tubo perché sono rincretiniti da internet e videogiochi) o si ricreano una verginità rincorrendo improbabili magie tecnologiche che mascherano la loro pochezza didattica.

Intanto l’immaginario collettivo (sic!) fa il suo corso. La tendenza monta. La dicotomia (nativi VS immigrati) diventa una moda.

Si scrivono post sui nativi, articoli sui nativi, saggi sui nativi, libri sui nativi…
Si popola il mondo di tag sui nativi, di convegni sui nativi, di pawerpoint sui nativi, di yutubate sui nativi, di convegni sui nativi…

Il concetto si inflaziona e di conseguenza si svaluta.

Qualcuno comincia a partorire l’antiidea.

Nasce la contro moda (la moda di dire che quella di prima era una moda).

E i nativi digitali non esistono più. Non sono mai esistiti.

Un po’ come succede per tanti fenomeni anche importanti. Come l’inquinamento. O il buco dell’ozono.

Se ne parla. Diventa una moda. Se ne parla e riparla. Il concetto stufa. Perde di impatto. Viene dimenticato.

Ma il buco dell’ozono resta.

E i nativi digitali?

[proveremo a cercarli nelle prossime puntate]

sabato 4 aprile 2009

I nativi? Una bufala!

Interrompo il mio sequel sui barbari perché temo di aver fatto la pipì fuori dal vasino. Di rincorrere, cioè, pensieri già superati da altri e ben più informati pensieri.

Già. Ero così intento a badare ai miei 237 studenti, ai miei corsi di formazione, alla campagna elettorale, ai preparativi del convegno, alle lotte insane dei figli, a… che m’è sfuggita la notizia:

I nativi digitali non esistono!

L’ho scoperto inciampando quasi per caso in un link facebookiano dell’amico Gianni - il dibattito continua anche su facebook - che a sua volta riprende un post dell’amico Antonio che dopo inconfutabili argomentazioni conclude:

"Non lasciamoci intimorire o confondere dai nativi digitali: in realtà… non esistono!!"

Sono basito.

È come quando ti compri un vestito nuovo, e lo sfoggi appagato, e ci vai in piazza, e scopri che è già fuori moda.

Dopo tre anni di insistenza, ero finalmente riuscito ad avere il mio microconvegno sui nativi digitali e scopro di essere terribilmente demodé.

Che fare, dunque?

Ci penso su una notte e poi vedremo.

giovedì 2 aprile 2009

I prof hanno paura dei barbari

Oggi l’ho avvertito per certo.
I prof hanno paura dei barbari.
Non li conoscono, non li capiscono. E quindi li temono.

Ed oggi so per certo,
di avere il marchio dell’infamia.
Di essere additato a complice del nemico.

E non me ne dispiaccio.
Anche se in classe, io non mi comporto da barbaro. Non scimmiotto i barbari.
Ma difendo con religioso romanticismo la mia atavica classicità.

Però ammetto di tifare per loro.

Come quando da juventino prigioniero dei classicismi trapattoniani, invidiavo il flusso vitale del milan sacchiano.

Oggi invidio la leggerezza, dei barbari. La loro capacità di surfare sopra le perniciose profondità dei padri. La loro allergia alle verità assolute.

L’inconsapevole facilità della loro inerme avanzata.

I barbari hanno ormai invaso gli spazi.
Le panche, e le stanze, e le case, e le spiagge.

Solo le scuole resistono.
Fortini arroccati di una moritura romanità.

Le scuole resistono, anche se nei dotti convegni si respira aria di apocalittica resa.

Pare infatti che di fronte alla diamantina resistenza della scuola i cambiamenti marginali, le sperimentazioni perenni, le illusioni papertiane non servano più.

Abbiamo bisogno di cambiamenti radicali.
Di scuole ripensate. Senza pareti e senza corridoi.

E senza quelle grottesche riserve indiane chiamati laboratori dove classi d’inaddomesticabili scolari si recano ogni tanto in pellegrinaggio. Per piazzare qualche cifra in una tabella. O per pescare in rete la casa natale di Giovanni. O il mausoleo di Gabriele.

Per compiacere ai servi ultimi di un patriziato in via d’estinzione.

Ci vorrebbe dunque un universale diluvio che spazzi via le barriere di mattoni. E di neuroni.

Per dare modo ai barbari costruttori di disegnare rapide scuole - aperte come eteree stazioni digitali - dove scorra finalmente la linfa orizzontale del nuovo mondo.

Così pontifica l’intellighienza dei convegni e dei feltrinellici manuali

E così spero che sia. Prima o poi.

Ma, intanto, nell’attesa, che facciamo noi peones della scuola?